Breve racconto della maternità e di quell’attimo che stravolge la vita

Pubblichiamo la lettera di una mamma che ha voluto condividere, in una forma poetica e toccante, le sue riflessioni sul diventare mamma

Il momento in cui si diventa mamma non esiste davvero.
C’è chi sostiene che sia il taglio del cordone, chi lo posticipa alla prima poppata o, addirittura, chi lo anticipa alla scoperta della propria gravidanza con quel + sul test.
Ecco, io me lo son chiesta, per tutti e nove i mesi, quale sarebbe stato il momento in cui mi sarei finalmente resa conto di essere madre.
Tutte se lo son chieste come sarebbe stato quel momento, tante se lo chiedono, tante se lo chiederanno.
Io adesso lo so.
Sì, me lo chiedevo ogni giorno come sarebbe stato per me, quell’attimo in cui sei arrivato, attimo in cui hai riempito i tuoi polmoncini di ossigeno e lanciato un urlo alla vita.
Adesso lo so.

Mi chiedevo, mentre vedevo la mia pancia crescere, cosa avrei provato nell’istante in cui guardando mio figlio negli occhi avrei capito che da quel momento nulla sarebbe stato come prima.
Be’, allora?
Cosa ho provato?
Adesso posso dirlo!
Adesso che hai 3 mesi, chiedimelo tu con i tuoi occhi tondi pieni di curiosità.
Cosa hai provato, mamma?
È stato amore a prima vista?
No, non direi.
Ho provato un senso di smarrimento, di paura, di confusione, di inadeguatezza.

Tu eri là e mi chiedevi di essere tua madre, di prendermi cura di te, di ogni tua necessità, di essere presente da quel momento e per sempre. Tu, quello sconosciuto, pieno di vernice caseosa che non mi assomigliava e mi guardava con un occhio aperto e l’altro semichiuso chiedendomi di ritrovare me stessa in lui, nel suo essere pelle di pelle.
Sì, perché in fondo eri stato parte di me per nove mesi, ti avevo generato, alimentato, coccolato e curato, eppure, quando ti ho visto, non sono diventata mamma in un istante.
Tutto quel che ricordo a te e a me stessa è la forte, fortissima, gioia che mi ha procurato il tuo odore viscerale e la consapevolezza di sapere che stessi bene, che fossi sano e che potessi stare tra le mie braccia e provocare in me quella scarica di adrenalina che avrebbe poi dato inizio alla mia (nostra) maternità.

Sì, perché madre non ci si nasce né ci si diventa, in un istante.
È stata la paura, il senso di smarrimento e l’esaltazione nel comprendere che da quel momento saresti stato mio, solo mio, che mi ha resa mamma, giorno dopo giorno.
È stato il ritrovarci soli a guardarci negli occhi e a conoscerci, a comprendere il perché dei nostri sorrisi e dei nostri pianti fino a creare un rapporto simbiotico, che mi ha resa mamma.
È il prendermi cura di te che stravolge, giorno dopo giorno, i miei obiettivi, che dà un senso alle mie priorità di vita e mi rende mamma.
Sì, perché è quando, ciucciando il capezzolo con godimento e gratitudine, emetti quei vagiti di riconoscenza che mi fai capire che sono e sarò insostituibile e che la mia vita sarà definitivamente stravolta da un tuo sorriso o da un tuo pianto.

Ecco perché credo che mamme lo si diventi giorno dopo giorno, mese dopo mese e anno dopo anno con le proprie paure e consapevolezze e, perché no, lo si diventa soprattutto con le rinunce.
Le rinunce a tutto quel che si era e non si potrà più essere, rinunce a tutto quel che non possiamo più fare o dire, ma quelle, si sa, non sono rinunce e basta, sono piccoli tasselli verso un nuovo io, un io del divenire, quello di essere una mamma.

Flavia Zarba, mamma di Camillo

Tratto da questo articolo

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