Un paese ci vuole? (L’infanzia che anche per te vorrei…)

Un paese ci vuole.

Non tanto perché sia io a dirlo (che comunque sono la mamma, quindi…) ma lo diceva nientemeno che Cesare Pavese ne La luna e i falò…

Scherzi e spunti letterari a parte, un paese ci vuole senz’altro per trascorrere un’infanzia felice come lo è stata la mia, per vivere esperienze semplici e comuni che forse proprio per questo ti restano dentro, contribuendo al tuo personale modo di sentire e diventare grande, di guardare il mondo e gli altri…

Quando ripenso alla bambina che ero, inevitabilmente la maggior parte dei ricordi più belli, importanti e indelebili sono legati al paesino in cui trascorrevo le vacanze.

Un paesino sulle colline del Lago Maggiore, di poco più di cento abitanti che d’estate si anima, come ce ne sono a migliaia.

Che di diverso dagli altri può vantare solo un panorama impareggiabile sul lago e – ai tempi – un torneo estivo di calcetto che attirava anche il pubblico delle altre squadre della zona rendendo elettrizzante il giorno della finale, che coincideva con la festa patronale e la lotteria e per questo era senza dubbio il pomeriggio più chiassoso dell’estate, che puntualmente si chiudeva con una guerra di gavettoni tra noi ragazzi.

Ma ciò che di speciale ha per me è difficile da spiegare ed ha a che fare con i ricordi impigliati nella memoria…

Ricordi vividi che ho collezionato negli anni; ricordi di bambina, e poi di ragazzina e quasi donna. Non perché non lo sia ancora del tutto, ma perché ormai manco da molto tempo.

Ma il bello è che ogni volta che torno trovo ancora tutto lì: giochi e avventure, emozioni, risate e litigate tra amici; ricordi di sensazioni, colori e profumi per ogni stagione… Soprattutto ricordi di persone, di amicizie vere, che almeno nei ricordi sopravvivono perfette e immutabili, anche se poi la vita ti ha portato lontano.

Un paese ci vuole perché non è detto che viva solo di pettegolezzi.

Un paese ci vuole quando ci si conosce tutti ed è quasi una grande famiglia.

Quando gli adulti, anche se non sono tuoi parenti, incontrandoti per strada ti dicono, con un sorriso, “Ciao, nan”!

Un paese ci vuole perché noi non andavamo semplicemente a comprare il pane, a prendere un gelato o a tagliare i capelli, ma rispettivamente, dal Marco, dal Danilo e dalla Miriana.

Ci vuole assolutamente per le cene e le lunghe serate davanti al camino a casa di amici che davvero sanno di famiglia, e infatti quelli che chiamavo spontaneamente nonno Giorgio e nonna Paola, non erano i miei di nonni, ma quelli dei miei amici, e loro facevano altrettanto con i miei, davanti allo stesso camino, ed era bellissimo.

Ora rischio di parlare io come una nonna, ma credo che i miei ricordi siano così belli e importanti per me perché mi riportano in un luogo e tempo felice in cui eravamo liberi.

I pericoli da cui eravamo messi in guardia erano pochi, come le regole, semplici e chiare.

Credo davvero che nonni e genitori di allora fossero in fondo più sereni di quanto possano esserlo quelli di oggi.

Eravamo un gruppetto di bambini e poi ragazzini come tanti altri, che magicamente d’estate si dimenticava l’esistenza della televisione perché là fuori c’era un mondo da scoprire, e noi avevamo solo voglia di stare insieme e all’aperto più tempo possibile.

Ora che sono mamma, mi chiedo se saprei lasciare la mia bimba libera di andare da sola con i suoi amici in giro per i boschi come facevamo noi.

Ripenso a quel noi con tenerezza.

Eravamo vivaci e rumorosi e litigavamo, eccome… Ma sapevamo farlo in modo sano, “risolvendocela” tra noi, senza bisogno dell’intervento di un adulto per evitare che si superasse il limite.

Era bello che non esistesse proprio, la parola bullismo.

Eravamo, a modo nostro, giudiziosi, e responsabili anche per i più piccoli del gruppo, meritandoci la fiducia dei genitori, che ci lasciavano andare in giro da soli anche se non esistevano i cellulari. Del resto sapevano – e noi sapevamo – che in paese funziona che se qualcuno ci avesse visti fare qualcosa di sbagliato o pericoloso non si sarebbe certo fatto scrupoli a riprenderci, senza timore di doversela poi vedere con i nostri genitori, che anzi l’avrebbero ringraziato, diversamente da quanto forse succederebbe oggi.

Così, tra i miei ricordi abita un gruppetto di bambini già esperti nel riconoscere i funghi buoni, raccoglitori professionisti di mirtilli, more e poi castagne, che al parchetto si vedeva poco perché ci si divertiva di più nelle case diroccate o nel “nostro boschetto”, dove avevamo costruito una capanna di rami e foglie; che il giovedì mattina andava, sempre passando dal bosco, al mercato del paese vicino.

…E poi le serate in piazzetta, la sera di San Lorenzo a contare le stelle cadenti sotto le coperte in mezzo al campo di calcio, la sera di Ferragosto al Belvedere a guardare il lago accendersi delle luci dei fuochi d’artificio; e le grandi occasioni per salutare l’estate: la piscina, il cinema, la pizzeria…

E poi ancora, aspettando la nuova estate, le telefonate e le lettere…

Che bella l’emozione di aprire la cassetta della posta e trovare la lettera del tuo migliore amico, con la busta e il francobollo… Una lettera vera, di carta, che a distanza di anni non ho buttato ed è lì con i miei ricordi, anche se è da tanto che Andre non lo chiamo più…

Sono maestra, e osservando i bambini non posso fare a meno di pensare che siano in un certo senso e per diversi motivi più “scafati” di quanto non fossimo noi alla stessa età, quasi fossero catapultati troppo presto nella realtà degli adulti, perdendo in parte quella capacità di immaginare mondi diversi con la fantasia…

I più grandicelli sono spesso informati sui più importanti fatti di attualità, anche se poi, proprio per l’età, spesso non hanno gli strumenti per rifletterci criticamente.

Forse troppo abituati a osservare il mondo e a fantasticare attraverso le eccezionali grafiche 3D dei tanto amati videogiochi, in grado di riprodurre fedelmente ogni piccolo particolare della realtà, rischiano di perdersi una parte importante di ciò che dovrebbe essere la loro “palestra di vita”, dimenticando il sapore dell’avventura, il profumo dell’erba, la sensazione del vento in faccia in una discesa veloce in bici, il fiato corto per le corse sfrenate, la stanchezza, la felicità, il sudore.

Perché, figlia mia, scoprirai che le cose belle della vita fanno necessariamente sporcare, sudare e spettinare, e io farò di tutto perché tu possa sentirti spesso così…

“Un paese ci vuole, non fosse che per il gusto di andarsene via. Un paese vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra c’è qualcosa di tuo, che anche quando non ci sei, resta ad aspettarti”.

Cesare Pavese

Ogni riferimento a fatti realmente accaduti e a persone realmente esistenti è del tutto pensato e voluto…😊

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