Seno e capezzoli: come gestire al meglio questi amici nemici

Sono sempre stata una ragazza abbastanza prosperosa e con il mio seno ho sempre avuto un buon rapporto: io sostenevo lui, lui mi dava sicurezza, insomma eravamo una coppia felice.

E quando ho scoperto di essere incinta lui è stato il primo a darmi messaggi inequivocabili: fin dai primi giorni ha cominciato a ‘prepararsi’ all’allattamento con il conseguente aumento di qualche taglia. Il primo acquisto per la gravidanza, dunque, è stato qualche reggiseno più grande del solito (con relativa gioia sia mia che del futuro papà, appassionato all’articolo in questione).

Ma quando è nato Dario il mio rapporto con seno e capezzoli è cambiato. Quando hanno iniziato a fare ciò per cui sono stati concepiti in realtà sono iniziate le fatiche: i capezzoli erano troppo ‘piatti’ perché Dario si attaccasse, i seni troppo gonfi da farmi odiare ogni contatto (reggiseno, maglietta, materasso per dormire, …)

Insomma, da accessorio inutile ma piacevole sono diventati un utile fastidio.

Utile, perché ovviamente se si vuole allattare quello è l’unico sostentamento dei neonati; fastidio perché gestire questi nuovi elementi del mio corpo è stata una delle cose che più mi ha impegnata (insieme a pannolini, tutine, passeggini, …).

Per il problema del capezzolo piatto (e per tutte le donne che hanno il capezzolo introflesso) la soluzione quasi miracolosa nel mio caso sono stati i paracapezzoli in silicone: applicati al capezzolo ne modificavano la forma senza interferire con la funzionalità. In questo modo Dario ha potuto attaccarsi più facilmente, stimolando la produzione di latte e rendendo i miei capezzoli un po’ meno ‘piatti’. Dopo due settimane non ho più avuto bisogno dei paracapezzoli ma a quel punto la stimolazione li faceva bruciare, bruciare tanto, come il fuoco. In questi casi si può soffrire e aspettare (ok la natura, ma se ci sono soluzioni è meglio metterle in pratica, no?), ricorrere a pomate naturali oppure, nel mio caso, utilizzare l’olio Vea Bua, specifico per la salute del capezzolo durante l’allattamento. Lasciatemelo dire, una vera manna, quasi miracoloso.

Qualcuna ahimè non trova sollievo neanche con questo e l’unica cosa che salva dal bruciore e dalle ragadi la trova nei paracapezzoli d’argento (da usare senza creme per non far perdere efficacia).

Insomma, ad ognuna il suo rimedio, ma il rimedio c’è. Poi i capezzoli formano come un piccolo callo e diventano quasi insensibili (quasi, perché poi quando arrivano i denti si sentono…) e l’unico problema che rimane è gestire il latte, non solo quello che viene bevuto ma anche quello che ahimè gonfia i seni o che fuoriesce. Nel mio caso, il latte usciva spontaneamente come ‘troppo pieno’ quando il ritmo delle poppate rallentava o all’inizio di ogni poppata mentre allattavo con l’altro seno, visto che lo stimolo a far uscire il latte evidentemente non risponde in modo biunivoco allo stimolo della suzione.

Per questo ho utilizzato coppette assorbilatte usa e getta, da applicare all’interno del reggiseno, che potessero arginare sommariamente le fuoriuscite. Esistono anche coppette lavabili, più etiche e in fibre naturali e più tollerate da mamme con pelle delicata.

Lo ammetto, una gran rottura anche le coppette: da cambiare spesso, da rimettere in posizione, da portarsi dietro come ricambio… la mia soluzione estrema è stata: finché sono in casa, niente coppette e mi cambierò più spesso reggiseno e maglietta; se sono fuori (le poche volte che è capitato) amen, cardigan e via. Fortunatamente anche questa è stata una fase passeggera, la produzione di latte si è regolata da sola e adesso sono tornata in buoni rapporti con il mio décolleté.

…e vissero tutti felici e contenti.

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